giovedì, novembre 24, 2005

Il Viaggio di Korn




1.

La festa era perfetta.
Duemila invitati e il vino certo non mancava.
- Non è il caso Korn. Tu sei un uomo rispettabile, in città. La tua famiglia ha dato lustro a questa terra per secoli. Non puoi lasciare tutto per questo viaggio che hai in mente. Non sarebbe giusto!
L’aria attorno alla villa era rarefatta. Gelida, la notte. Korn dovette accendersi una sigaretta per ricordarsi dove fosse. Inspirò profondamente e soffiò sulle mani e comparve un uomo di giovane età.
- Buonasera, Korn.
- ……..
- Ricordati sempre della morte . Abbi sempre coscienza del tuo respiro. Dei battiti del tuo polso. Dei peli sul tuo petto.
- ……..
- Ho viaggiato a lungo per consolarti. Per consigliarti.
- ……..
- Conosco tutto di te. Posso plagiarti, ora!


2.

Non si svegliò presto quella mattina. La notte precedente aveva vegliato su una scena inedita; ma adesso doveva prendere una decisione.
- Ma perché dovrei decidere? Cosa dovrei decidere?- si ripeteva Korn ad ogni passaggio di rasoio sul viso. Si vestì. Cercò le chiavi della macchina. Le trovò. Scese in garage. Accese il motore. Infiammò la punta di una sigaretta. E andò.
La pianura sembrava spettrale in quell’alba di Febbraio. Il fiume lambiva la strada e i pensieri di Korn si confondevano tra le alte montagne che sovrastavano il piano scenario. Korn aprì di scatto il porta oggetti dell’auto e scelse una musicassetta, A caso. Un Capriccio di Paganini sul finire e poi …

- Questa musica…, quanto l’ho amata. Come se l’avessi scritta io. Anzi, di più! Mentivo sempre, dicendo che era opera mia.
Arrivò in fabbrica verso le 7:00. Premendo un pulsante si aprì, pietosamente il cancello. Era domenica e nessuno sarebbe venuto. Korn restò a lungo a fissare i finestroni del capannone; una luce filtrava timidamente dagli angoli acuti.
- Dovrò scegliere la mia strada….. No! Non adesso , però. Sarà meglio che mi rilassi qualche giorno in montagna dal mio amico.
Jù era una specie di fratello per Korn. Viveva con un vecchissimo zio alle pendici del monte Nor. Non aveva una donna e per quanto ne sapesse Korn, non ne aveva mai avuta una. Mai. Aveva preferito “emanciparsi dall’incubo delle passioni”….come amava ricordare quando alzava un po’ il gomito! Jù e Korn erano cresciuti insieme, ma la loro amicizia era speciale. Erano sempre stati profondamente diversi, ma i loro spiriti erano complementari. Il vino e la bottiglia. L’uno il completamento dell’altro.
Jù era orfano, praticamente da sempre; era vissuto per molti anni con suo zio nelle terre desertiche del Botai, perché lo zio era ambasciatore, in quel paese al confine del mondo. In quegli anni , Jù visse delle esperienze che lo segnarono profondamente.
- Ho conosciuto la fame. La sete. Ho affrontato la morte -. Aveva detto una sera al suo amico Korn. L’unico a cui Jù parlava di sé. Anni dopo, Korn trovò un vecchio quaderno ingiallito, ma non dal tempo. Era un diario scritto a mano da Jù. Vi era narrata una storia fantastica, ai limiti dell’inverosimile; il protagonista era lo stesso Jù. Non l’aveva mai raccontata a Korn. Nemmeno a Korn! Ma capì. Capì che Jù aveva davvero conosciuto la fame, la sete e che aveva sconfitto la morte.

3.


Arrivò a casa di Jù che era sera. Lui lo accolse al portone , come se non si vedevano che da pochi minuti. Non si dissero nulla. Lo zio dormiva, malato. Jù mostrò la stanza a Korn. Con un piede fuori dalla porta e uno dentro la stanza, sorrise.
E disse:- Qui sei al sicuro. Non devi scegliere. Sei al sicuro.
Abbassò di scatto gli occhi, come solo lui sapeva fare, mentre indietreggiava, annullando la distanza che c’era tra il suo corpo e la sua mano che aveva tenuto saldamente attaccata alla maniglia della porta. Uscì chiudendo la porta. Era al sicuro per quella notte. Era al sicuro.

Il tempo a casa di Jù e lo zio passava lento e, casto. Le ore non si contavano. I ritmi biologici erano l’unica clessidra in quell’isola di pace.
Korn rimase in quella casa per tre anni. Il vecchio zio, ambasciatore in congedo , era morto lasciando Jù solo e , ricchissimo.
- Cosa farai della tua vita, amico mio?- disse Korn il giorno della morte dello zio, forse pensando che il motivo che lo aveva costretto a restare in solitudine alla pendici del monte Nor per tutti quegli anni, fosse la malattia dello zio.
- Quello che ho fatto fin ora- rispose Jù con un sorriso dolcissimo- aspetterò il mio turno prima di parlare. E poi cambierò tutto. Tutto questo mondo bizzarro!



4.


Il viaggio per Zalèm durò sei mesi. In quei giorni di fatica e di silenzio, Korn aveva attraversato pianure. Montagne. Fiumi . E mari. Infanzia. Adolescenza. Giovinezza. Maturità. Il suo aspetto era profondamente mutato. I capelli erano lunghi, ma curati. Le mani avevano perso la leggerezza e la morbidezza di un tempo, ma erano più vigorose e forti. Gli occhi sembravano più chiari di quando era partito.
Jù era stato chiaro.
- Appena giunto nell’isola di Zalèm, riempirai una bisaccia. In una borsa metterai del pane bianco. Nell’altro del vino. Mai, dovrai cibarti di quel vino. Mai, dovrai dissetarti di quel vino. Seguirai il sentiero fino alla biforcazione. A quel punto dovrai scegliere!


Korn arrivò a Zalèm nelle prime ore di un nuovo giorno. Era ancora buio. Camminò nella notte seguendo il sentiero. L’alba. Poi il tramonto. Korn si fermò, sprofondando con un forte sospiro sulle ginocchia. Piegò la testa verso la terra con gli occhi serrati.
Era giunto alla biforcazione.
Sfilò la pesante bisaccia da una spalla. Trasse fuori il pane da una borsa e ne mangiò. Poi aprì l’altra borsa e ne trasse il vino e ne bevve. Quando fu sazio era già, notte. Vegliò .All’alba prese una pietra e la pose su un’altra pietra. Poi fece pochi passi e prese un’altra pietra e la ripose sulle altre. E poi ancora un’altra pietra. E un’altra ancora.
Alla fine guardò la sua opera e disse:
- Questa sarà la mia casa. Zalèm, la mia terra.


di Amanteo

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